Libro: Arte e Psicologia Contro la Violenza sulle Donne

Articolo pubblicato su psiche.org

“Arte e Psicologia Contro la Violenza sulle Donne” è il titolo del libro scritto da Claudia Corbari e Valentina Gueci, rispettivamente psicologa e storico e critico d’arte.

La prima presentazione del testo si terrà Il 27 Dicembre 2017 a partire dalle 16.30 presso la Sala delle Carrozze di Villa Niscemi a Palermo.

IN COPERTINA L’OPERA DI AURA DI CESARE “SENSUALITÀ VIOLATA MAI PIÙ” .
ELPÌS CASA EDITRICE

Il fenomeno della violenza sulle donne coinvolge da sempre un elevato numero di donne nel mondo ed ha ispirato il lavoro delle due autrici di questo testo e di molti artisti.

Il testo, frutto di un progetto che ha coinvolto spontaneamente oltre 200 artisti che attraverso l’arte hanno saputo svelare le differenti sfaccettature della violenza, connette l’arte e la psicologia e trova un filo conduttore tra le dimensioni teoriche, emotive e relazionali.

Proprio mediante il linguaggio verbale e quello non verbale è possibile, attraverso la lettura del libro, conoscere o approfondire le modalità con cui la violenza può essere messa in atto e comprendere quali siano le modalità per poter agire.

Il testo è scritto con un linguaggio molto semplice e, per questo, rivolto ad un vasto pubblico.

Dott.ssa Claudia Corbari – Psicologa e Psicoterapeuta in formazione –

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Evento “Artisti per Rosalia” 15/07/2017

Riuscitissimo l’evento organizzato da Valentina Gueci e Maurizio Lucchese in occasione del 15/07/2017 “Artisti per Rosalia”.

Ringrazio entrambi per avermi coinvolta e per avermi dato modo di intervenire sulla tematica della violenza contro le donne da un punto di vista psicologico.

Per leggere alcuni articoli dell’evento clicca i seguenti link:

Artisti uniti per la prevenzione contro la violenza….”Nessuno tocchi Rosalia”

L’arte per Rosalia: al Country Club di Palermo hanno vinto l’amore e il colore

Non toccate Rosalia: 50 artisti si uniscono per dire NO al femminicidio

Artisti per Rosalia per la prevenzione e rispetto della donna

Artisti per Rosalia: mostra collettiva polimaterica contro il femminicidio

Per vedere l’album dell’evento Clicca qui

Per vedere l’intervista Clicca qui

Per vedere il video con alcune foto dell’evento Clicca qui

Aggressività e bisogni in adolescenza

QUANDO IL GENITORE DIVENTA RISORSA.

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L’adolescenza è una fase del ciclo di vita molto complessa e, per molti genitori, difficile da gestire. Molto spesso la difficoltà nella gestione di figli adolescenti da parte dei genitori ha a che fare con l’aggressività che i primi manifestano nelle varie aree della loro vita sociale. Tale aggressività può essere rivolta verso l’esterno, ma sempre più frequentemente gli adolescenti che si presentano in stanza di terapia raccontano di episodi violenti rivolti verso se stessi.

Gestire episodi di tal tipo non è semplice per i genitori, neanche per coloro che manifestano interesse e dedizione nei confronti dei figli, perciò può essere utile comprendere quali sono i bisogni che inducono l’adolescente a mettere in atto comportamenti aggressivi.

Demonizzare il comportamento aggressivo dell’adolescente non è di per sé utile alla comprensione delle motivazioni sottostanti all’agito, al contrario sarebbe importante avvicinarsi all’adolescente provando ad instaurare una relazione in cui l’adulto si ponga il seguente quesito: “cosa vuole comunicarmi mio figlio attraverso questo comportamento?” “in che modo posso comprenderlo?”

Sovente l’aggressività, sia essa etero o auto diretta, è espressione di un disagio vissuto dall’adolescente che, non riuscendo in altro modo ad esprimersi, lo fa attraverso l’azione o il corpo. Il sintomo dunque ci comunica qualcosa.

In alcuni casi l’aggressività verso l’altro e l’autolesionismo sono causate da un profondo vissuto di solitudine o da un sentimento di vuoto che l’adolescente contrasta facendosi del male e sperimentando sensazioni talmente forti a livello fisico, da sentirsi vivo. In altri casi le emozioni provate dall’adolescente sono relative alla rabbia e alla vergogna. Ciò che è certo è che non è possibile dare una spiegazione univoca all’aggressività che si presenta in adolescenza in quanto ognuno di noi ha caratteristiche di personalità diverse e cresce in contesti differenti. Di conseguenza, se non esiste una spiegazione univoca, non esiste neanche una terapia uguale per tutti, né ci sono dei comportamenti che sono giusti sempre.

Tuttavia l’adulto può fare due cose molto importanti:

  • considerare l’adolescente come persona competente che vive proprie emozioni e fa proprie riflessioni circa se stesso e le sue relazioni;

  • empatizzare con l’adolescente, provare a mettersi nei suoi panni e permettere un più probabile avvicinamento.

CHE COSA PUO’ FARE UN GENITORE?

Oltre ad essere empatico e considerare l’adolescente competente, è importante che un genitore si renda conto dell’età del proprio figlio e degli obiettivi che questo può perseguire rispetto alle sue caratteristiche e propensioni. In tal modo è possibile non avere aspettative eccessive nei confronti di un figlio che, in tal caso, potrebbe sentirsi frustrato ed agire tale sentimento mediante comportamenti violenti (per un approfondimento su quali siano i bisogni degli adolescenti clicca qui)

È importante poi che il genitore sia un buon osservatore del comportamento del proprio figlio, in modo da poter intervenire e chiedere aiuto qualora ce ne fosse bisogno. In merito al comportamento è essenziale valutare modi e tempi all’interno della relazione genitore-figlio. Se vostro figlio vi manifesta la sua rabbia e la sua aggressività, probabilmente vi sta chiedendo qualcosa utilizzando il suo linguaggio che è, per forza di cose, differente da quello adulto. Chiedetevi: “ ha senso rispondere con ulteriore rabbia?” “vi porterebbe a qualche esito positivo?” se la risposta a questi quesiti è negativa, allora probabilmente una risposta rabbiosa da parte vostra non sarà più funzionale.

Al contrario, un atteggiamento empatico vi permetterà di avvicinarvi al vissuto di vostro figlio e di fare un passo in più per comprenderlo davvero ed aiutarlo nelle sue difficoltà.

Dott.ssa Claudia Corbari – Psicologa e Psicoterapeuta in formazione –

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Sindrome da Burnout

QUANDO LE RELAZIONI D’AIUTO DIVENTANO UN RISCHIO PER GLI OPERATORI.

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Il termine Burnout è apparso per la prima volta nel 1930 al fine di indicare l’incapacità di un atleta, che abbia già raggiunto significativi risultati, di mantenerli o di ottenerne altri.

Nel 1975 il termine è stato ripreso dalla psichiatra americana C. Maslach al fine di indicare una sindrome della quale possono soffrire coloro che per professione sono particolarmente coinvolti nelle relazioni umane.

La sindrome da burnout si configura quindi come l’esito patologico di un processo particolarmente stressogeno che colpisce i soggetti che lavorano nell’ambito delle professioni di aiuto, quali operatori sociali, sanitari, educatori ed altri professionisti che si occupano dell’aiuto alla persona.

Ciò che si verifica in alcuni professionisti della relazione di aiuto è un eccessivo carico psicologico delle problematiche e, più in generale, delle richieste dell’ambiente lavorativo, al punto da provocare nel soggetto un logoramento dovuto alla carenza di energie atte ad affrontare gli eccessivi livelli di stress (approfondisci cliccando qui)accumulati.

Conseguenze di questo stato dell’operatore sono una depersonalizzazione ed un esaurimento emotivo che conducono ad atteggiamenti di cinismo nei confronti dei propri utenti o pazienti anche a causa di un sentimento di ridotta realizzazione personale.

L’operatore tenderà quindi a sfuggire dal contesto lavorativo assentandosi frequentemente o lavorando con minor interesse ed entusiasmo e provando sempre minor empatia nei confronti degli utenti di cui dovrebbe prendersi cura.

La sindrome da burnout si accompagna ad un deterioramento del benessere fisico, a sintomi psicosomatici come l’insonnia e a sintomi come la depressione e, nei casi più patologici, può condurre all’abuso di sostanze psicoattive e al suicidio.

Esaurimento, cinismo ed indifferenza sono, quindi, le dimensioni tipiche del lavoratore che soffre di burnout.

Alcune delle cause del burnout sono dunque le seguenti: eccessive richieste al lavoratore; mancanza di controllo; scarsa remunerazione; valori contrastanti e crollo del senso di appartenenza.

Il riconoscimento della sindrome da burnout può avvenire sia attraverso i sintomi manifestati dal soggetto, sia mediante il riconoscimento delle specifiche fasi che la caratterizzano:

  • entusiasmo idealistico che spinge il soggetto a scegliere un lavoro di tipo assistenziale;

  • stagnazione;

  • frustrazione;

  • apatia.

Se riconoscere il burnout è importante, lo è ancor di più prevenirlo intervenendo a favore del benessere del lavoratore all’interno dell’organizzazione. Tali tipologie di intervento prevedono che ci sia una focalizzazione sul singolo lavoratore, così come sul luogo di lavoro al fine di promuovere il contesto ed il clima ottimale al lavoro.

L’organizzazione può quindi porre l’attenzione sulla promozione dell’impegno lavorativo riducendo i fattori di rischio, migliorando il clima organizzativo e aumentando la motivazione del singolo e dell’intera équipe; attenzionare la gestione del potere, dei ruoli di tutti quegli elementi importanti per la serenità organizzativa è già un buon metodo per incentivare la partecipazione ed il senso di appartenenza.

È importante che il lavoratore conosca i rischi specifici connessi alla propria mansione e che si rivolga ad un professionista qualora iniziasse a riconoscere su di sé i sintomi precedentemente elencati. Il sintomo è, infatti, un campanello d’allarme che, se considerato in tempo, può essere d’aiuto alla risoluzione del disagio mediante un intervento adeguato.

Dott.ssa Claudia Corbari – Psicologa e Psicoterapeuta in formazione –

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La psicologia in una danza. Riflessioni dalla pièce “Memories from the future”.

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Pièce di danza contemporanea, teatro e musica.

Durata : 34 minuti

Danzatrici : Roberta D’Ignoti, Roberta Xafis e Annachiara Trigili

Coreografia: Giovanni Zappulla

  (Fotografia Lorenzo Gatto)

La relazione tra danza e psicologia mi è da sempre molto cara probabilmente per il mio percorso formativo, danzatrice per alcuni anni e psicologa.

La danza mi ha sempre affascinata, incuriosita ed avvicinata alla bellezza delle cose. Di pari passo sono avanzate la mia curiosità per le persone e i loro stati d’animo e quella per la naturalezza del movimento; credo infatti che nel mero etichettamento diagnostico di una persona, così come nell’esclusiva considerazione della forma, ci sia qualcosa di incompleto.

Osservare e ricercare la forma o la diagnosi non può che essere un tassello di un processo molto più complesso che ha a che fare con l’interesse che ognuno deve rivolgere alla persona come portatrice di bisogni ed emozioni.

Proprio dalla ricerca delle emozioni sono partite le danzatrici della compagnia di danza L’Espace che attraverso il metodo della Danza Movimento Naturale (DMN) sono riuscite a mettere in scena sentimenti ed emozioni, sulla melodia della 7° Sinfonia di Beethoven, che hanno lasciato il segno nel pubblico presente in teatro.

«Vivere le emozioni per suscitarle nel pubblico in sala» questo è stato l’assunto che ha preceduto la creazione della pièce “Memories from the future” che è stata fonte di impegno per le danzatrici ed il coreografo Giovanni Zappulla, fondatore del metodo DMN a partire dallo studio sul lavoro di Isadora Duncan.

La Danza Movimento Naturale si configura quale espressione dell’armonia del danzatore,ed6bdd_5ebcff0e914b4c919f095313933a4636-mv2 frutto della ritrovata connessione mente-corpo. La ricerca che viene fatta non parte quindi dalla forma per arrivare alla sostanza del movimento nella ricerca di una bellezza e un’armonia meramente esteriore, ma dall’interno trova la sua espressione nella bellezza. Alla base di questo metodo vi è senza dubbio l’ascolto del corpo e della memoria sensoriale, della sua azione e del suo linguaggio al fine di sviluppare le sue capacità in armonia con l’anatomia e non solo in base ad un’ideale da raggiungere a tutti i costi.

                                              (Fotografia Lorenzo Gatto)

Il lavoro che il danzatore fa è dunque per certi versi opposto a ciò che attualmente accade nella società occidentale, ovvero quello di abbandonare l’idea e, se vogliamo, l’ossessione di dominare il corpo a nostro piacimento ma, al contrario, di ascoltarlo e di fidarsi delle sensazioni.

Il titolo della pièce “Memories from the future”, ci conduce alla possibilità di recuperare la connessione tra le tre dimensioni temporali del passato e del futuro in un “qui ed ora” durante il quale è possibile dare voce al corpo quale veicolo dell’espressione di forti emozioni che circolano in tre donne che stanno affrontando il complesso viaggio durante il quale percorrono la profondità della propria coscienza, passando attraverso la consapevolezza dei meccanismi invalidanti alla ricerca dell’estasi data dall’unione mente-corpo.

Il collegamento con la psicologia appare lampante nel momento in cui lo spettatore, ancora ignaro della ricerca fatta dagli artisti, si trova coinvolto dal turbinio di emozioni espresse dalle danzatrici che alternano grandi risate a momenti di rabbia e tristezza con una circolarità ripresa sapientemente dal movimento del corpo e dal tessuto delle gonne, morbido ed in grado, anche quello, di esprimere armonia.ed6bdd_bf9845b22e8443c5b22df1075710ae42-mv2

        (Fotografia Lorenzo Gatto)

La possibilità di esprimere le proprie emozioni con naturalezza e quella di condividerle con l’altro in un contatto fluido, in alcuni casi accogliente ed in altri faticoso, è uno degli aspetti che mi ha colpita. Anche il terapeuta si trova infatti ad accogliere le emozioni che il paziente porta in stanza di terapia; emozioni talvolta molto forti che probabilmente nessuno, fino a quel momento, è stato in grado di ascoltare o di osservare. Tutta questa emotività e, spesso, questo dolore possono prendere alla sprovvista il terapeuta stesso che, solo attraverso un lavoro su di sé, sulle sue emozioni e risonanze, potrà accogliere. Come nel caso della DMN, dunque, il terapeuta si troverà ad ascoltare se stesso oltre che l’altro, cercando di connettere la mente con il corpo, la memoria sensoriale e l’emozione con la tecnica e la teoria. Anche il contatto in stanza di terapia diviene simile a quello delle pièce di DMN; contatto che inevitabilmente dovrà essere con se stesso e poi con l’altro con la stessa delicatezza di un danzatore. Delicatezza che, se nel movimento si intreccia con il contesto costituito dallo spazio, dagli osservatori e dalla melodia, in stanza di terapia si connette con il setting che può modificarsi e al contempo modificare il processo terapeutico.

La connessione tra arte e psicologia è evidente da tempo, ma la possibilità di andare oltre l’estetica, tanto osannata nella nostra società, coinvolge lo spettatore in qualcosa di più viscerale, probabilmente in quelle emozioni che appartengono a sé oltre che al danzatore. È proprio in quelle emozioni che lo spettatore ha la possibilità di rispecchiarsi, talvolta rivivendole, in un contesto di condivisione, in questo caso artistica, con l’altro.

Dott.ssa Claudia Corbari – Psicologa e Psicoterapeuta in formazione –

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Quanto ti senti capace di controllare gli eventi?

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Il concetto di Locus di control

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Il locus of control è stato definito da Rotter come «ritenersi capace o meno di controllare gli eventi» (Rotter).

Tale variabile ha infatti a che fare con la percezione che ognuno di noi ha circa la possibilità di controllare la propria vita e, dunque, su quanto i nostri comportamenti influiscano in modo più o meno positivo negli eventi che ci accadono e negli obiettivi che vogliamo raggiungere.

Il locus of control si divide, di norma, in:

  • interno

  • esterno

Il locus of control interno ha a che fare con il credersi capaci di controllare gli eventi. Le personecon tale locus of control attribuiscono a se stessi i loro successi e i loro insuccessi. Questi soggetti si impegnano attivamente per cercare gli strumenti e le soluzioni per il raggiungimento dei propri obiettivi in quanto sostengono, grazie anche agli alti livelli di motivazione, di poterli riuscire a raggiungere in maniera autonoma utilizzando le proprie capacità e volontà.

Il locus of control esterno ha, invece, a che fare con la percezione che sia qualcos’altro a controllare gli eventi (spesso chi possiede questo tipo di locus of control attribuisce la responsabilità al destino o al fato).

Non sentendosi responsabili delle proprie azioni e del raggiungimento dei propri obiettivi, queste persone si percepiscono spesso in balìa dell’imprevedibilità e si sentono incapaci di individuare strategie atte al raggiungimento degli obiettivi, complice una scarsa motivazione.

La sola presenza del locus of control esterno o interno crea un disequilibrio nell’integrazione tra lo sguardo nei confronti di sé e quello del mondo circostante, in quanto mentre il locus of control interno porta la persona ad uno sguardo eccessivo verso sé, quello esterno porta lo sguardo eccessivamente verso l’altro.

Il raggiungimento di un equilibrio tra locus of control interno e locus of control esterno è la condizione ideale per un individuo ed è correlata ad una buona consapevolezza emotiva e alla fiducia in sé (le emozioni che ci fanno conoscere chi siamo e cosa vogliamo) e negli altri (le emozioni che avvicinano le persone).

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